Sistema sanitario europeo: in vista di un modello comunitario, di Valeriano Valerio

Sulla base dei dati forniti dall’Osservatorio europeo sui sistemi e le politiche sanitarie mediante un rapporto all’attenzione della Direzione generale per il lavoro, gli affari sociali e le pari opportunità della Commissione europea, è possibile tracciare la situazione del sistema sanitario europeo e le condizioni sanitarie degli Stati membri. Il rapporto sviluppa la sua analisi attraverso fattori ambientali e socioeconomici con lo scopo di stimolare gli Stati a produrre una normativa di settrice più efficiente e omogenea all’insegna della celebrata equità sociale. Nell’arco di un trentennio (1980-2007) in Europa l’estensione della vita media è passata dai 73 ai 79 anni. L’allungamento delle aspettative di vita con una sensibile diminuzione della mortalità infantile nell’arco degli ultimi anni fanno ben sperare per le condizioni di salute dell’intera comunità. L’analisi può essere estesa anche a Paesi come la Romania e la Bulgaria, nazioni neoaderenti, fino alla Croazia, Turchia e Repubblica jugoslava di Macedonia, paesi candidati a entrare nell’Unione. Ogni sistema sanitario è determinato dalle condizioni di vita. Dall’analisi comparativa sulle attese di vita si deduce però che, mentre i Paesi dell’area centro occidentale sono sostanzialmente buone, quelle dell’area orientale e del Baltico risultano sono non solo più basse ma anche meno durature. Essenziale ricordare che le cosiddette “morti evitabili”, le quali mantengono un trend positivo in tutta Europa: il che implica che i servizi sanitari e di prevenzione sono nettamente migliorati. Tra le malattie causa di decesso compaiono quelle legate al sistema cardiocircolatorio, cerebrovascolare e il cancro. Da non sottovalutare malattie come il diabete o quelle che colpiscono l’apparato respiratorio, come il cancro ai polmoni o la polmonite. Queste ultime colpiscono maggiormente gli uomini con una percentuale due tre volte superiore rispetto alle donne. Un dato in crescita riguarda le malattie mentali con un’incidenza attuale complessiva pari al 20%: essenziale per capire fenomeni legati ad alcolismo, violenza e suicidio, diffusi in maniera omogenea tra uomini e donne. Malattie a trasmissione sessuale come l’HIV e la TBC risultano molto diffuse nel Baltico (Estonia, Lituania e Romania sono considerate nazioni ad alto rischio). Non sono da sottovalutare le morti legate agli incidenti stradali e domestici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) il 75% dei cittadini europei coinvolti in incidenti sono stati uomini, coinvolgendo soprattutto i giovani. Tra le cause maggiori d’incidenti stradali v’è la scarsa qualità delle strade, l’eccesso di velocità e l’assunzione di sostanze alcoliche (che resta uno dei maggiori fattori di rischio per le morti premature). Gli incidenti domestici invece si attestano attorno al 22% e sono più diffusi tra anziani e bambini. Tra i fattori di rischio possiamo annoverare il fumo (con 650.000 decessi l’anno), la cattiva alimentazione e l’assenza di attività fisica che comportano spesso cattiva circolazione, pressione alta, colesterolo ed eccesso di zuccheri con susseguente obesità. Circa la metà della popolazione europea è affetta da sovrappeso. Sempre secondo le stime del WHO, nel 2010 in Europa gli obesi adulti erano 150 milioni con una percentuale complessiva del 20% della popolazione, mentre i bambini erano 15 milioni con una percentuale complessiva del 10%. L’uso di sostanze stupefacenti è in crescita, specie negli ultimi anni, come anfetamine, cannabis e cocaina. Studi internazionali mostrano come l’accrescimento e la stabilizzazione dell’equità sociale può essere il mezzo per garantire e migliorare le condizioni di salute, riducendo i fattori di rischio e la mortalità all’interno della Comunità europea. La povertà e la disoccupazione sono l’espressione più evidente della disuguaglianza e della disomogeneità dei sistemi economici e finanziari. L’accesso alle cure mediche va maggiormente garantito. In nazioni come Grecia, Lituania, Bulgaria e Cipro il costo della spesa sanitaria ricopre il 40%. L’obiettivo di un sistema sanitario comune più equo e solidale rimane alla base delle istanze di riforma del sistema europeo. Equità che andrebbe commisurata secondo parametri standard di crescita e sviluppo e che comporterebbe l’abbattimento delle barriere anche geografiche di accesso ai servizi sanitari nazionali. I costi per l’assistenza sanitaria, sia a carico dei sistemi sanitari nazionali che a spese dei privati cittadini, è cresciuto del 20% negli ultimi anni. Per la maggior parte dei paesi europei l’assistenza sanitaria rappresenta la percentuale più alta di crescita del loro budget in termini di spesa. Attualmente la Francia spende l’11% del suo PIL in assistenza sanitaria, la Germania il 10.6% e il Belgio il 10.3%. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), i sistemi sanitari europei richiedono un aumento della spesa che supera la crescita economica. Quindi, secondo gli analisti OCSE, molti governi dovranno compiere scelte difficili per sostenere i loro sistemi sanitari, e cioè frenare la crescita della spesa pubblica della sanità, tagliare i costi in altre aree o aumentare le tasse. Oltre che con il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFU) – dove agli artt. 114 e 168 si dice si mira a “garantire un livello elevato di protezione della salute umana”, l’attenzione della Comunità europea ha assunto una forma definitiva nella più recente direttiva 2011/24/Ue del Parlamento europeo,c on la quale si sancisce la “centralità” dei sistemi sanitari dell’Unione e “contribuiscono alla coesione e alla giustizia sociali e allo sviluppo sostenibile”. “Agevolare l’accesso a un’assistenza sanitaria transfrontaliera sicura e di qualità e promuove la cooperazione tra gli Stati membri”. Innovativa l’istituzione di “punti di contatto nazionali”. Pur riconoscendo la possibilità di assistenza transfrontaliera, la direttiva insiste sull’obbligo degli Stati nazionali di garantire “un’assistenza sanitaria sicura, di qualità elevata, efficiente e quantitativamente adeguata”. Pur non entrando nel merito delle modalità con le quali gli Stati membri decideranno di attuale l’assistenza sanitaria nazionale, il Parlamento europeo si è posto lo scopo di agevolare i cittadini nell’assistenza sanitaria transfrontaliera come, ad esempio, il rimborso delle spese sanitarie nei Paesi membri. Gli Stati dell’Unione dovrebbero altresì garantire il rispetto dei valori di universalità, di accesso a un’assistenza di elevata qualità, di equità e di solidarietà, così come affermato a livello istituzionale dal Consiglio europeo. Oltre a garantire il miglioramento degli standard di qualità e sicurezza, gli Stati europei sono chiamati a provvedere in merito ai “meccanismi volti ad affrontare i casi di danni derivanti dall’assistenza sanitaria”. Ciò contribuirebbe a evitare l’obbligo di assicurazione nazionale per il cittadino che si reca all’estero. Pertanto, la direttiva tende a rimuovere tutti gli ostacoli alla libera circolazione dei pazienti a livello comunitario, promuovendo una tutela rafforzata per la libera circolazione delle persone bisognose di cure. Ancora, la direttiva mira ad agevolare anche la somministrazione di medicinali tra gli assistiti quando la sua somministrazione sia elemento indispensabile di un trattamento efficace in un altro Stato membro. Inoltre, al solo fine di salvaguardare “ogni spreco di risorse finanziarie, tecniche e umane”, la direttiva impone la c.d. “autorizzazione preventiva” da parte dello Stato membro per l’assistenza sanitaria all’estero in determinati casi specifici che riguardano interventi di alta specificità e maggiormente professionalizzati e che la cui individuazione è posta a carico dei singoli Stati membri. In definitiva, le procedure in materia di assistenza sanitaria transfrontaliera dovrebbero offrire garanzie di oggettività, non discriminazione e trasparenza agli assistiti. Pertanto, è obbligatorio fornire un sistema informativo “adeguato e specifico”. Determinante appare il fattore cooperazione, specie nelle regioni frontaliere a livello regionale e locale. Oltre che un adeguamento reciproco di procedure e standard, questo implica una pianificazione congiunta e l’integrazione anche a livello informativo (con il c.d. TIC – tecnologie dell’informazione e della comunicazione) tra i vari sistemi di assistenza sanitaria nazionali. Lo sviluppo delle tecnologie sanitarie può quindi consentire una maggiore integrazione del sistema sanitario comunitario evitando inutili duplicazioni di attività.
Valeriano Valerio

 

Una tutela europea per le donne, di Ines Caloisi

E’ importante dare risalto alla risoluzione legislativa n °15571/1/2011 – C7-0452/2011 – 2010/0802(COD) del 13 dicembre 2011 relativa all’adozione della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sull'ordine di protezione europeo (OPE). Tale risoluzione prevede che gli ordini di protezione emessi da uno Stato membro dell’Ue saranno estesi anche agli altri Stati membri. Si pone a tutela delle vittime effettive o potenziali di abusi o minacce alla loro integrità fisica e psichica, alla dignità e libertà personale o integrità sessuale, e può essere richiesta da chi ha già ottenuto una misura di protezione nello stato membro di cittadinanza o residenza. E’ una risoluzione particolarmente importante, risultato della procedura di co-decisione, Parlamento-Consiglio Europeo e tutelerà in tutta l’Ue le vittime di reati con particolare attenzione alle categorie più vulnerabili quali donne. Nello specifico una persona a cui è garantita protezione in uno Stato membro potrà richiedere di estendere la stessa protezione in un altro Paese dell’Ue nel quale decide di trasferirsi. L’Ordine di protezione europeo è uno strumento basato sul reciproco riconoscimento nell’ambito della cooperazione giudiziaria penale tra Stati membri.

Per l’europarlamentare Pd, Silvia Costa, con la nuova direttiva “l’Unione colma un vuoto legislativo non più tollerabile, garantendo che la libera di circolazione tra i 27 stati membri, uno dei diritti fondamentali dell’Ue, avvenga in condizioni di sicurezza”. Una volta approvata a Strasburgo, gli Stati membri avranno tre anni di tempo per recepire la direttiva nei rispettivi ordinamenti nazionali.

Tale direttiva è il risultato della la collaborazione tra la Commissione Femme e la Commissione LIBE del Parlamento Europeo. Un atto di civiltà e cooperazione segno del valore e della forza dell’Europa.

 

REGOLAMENTO (UE) N. 154/2012 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO

del 15 febbraio 2012

recante modifica del regolamento (CE) n. 810/2009 che istituisce un codice comunitario dei visti (codice dei visti)

IL PARLAMENTO EUROPEO E IL CONSIGLIO DELL’UNIONE EUROPEA,

visto il trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in particolare

l’articolo 77, paragrafo 2, lettera a),

vista la proposta della Commissione europea,

previa trasmissione del progetto di atto legislativo ai parlamenti nazionali,

deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria ( 1 ),

considerando quanto segue:

(1) È necessario chiarire le norme sul transito dalle zone internazionali degli aeroporti per garantire la certezza giuridica e la trasparenza.

(2) I cittadini di paesi terzi soggetti all’obbligo del visto di transito aeroportuale a norma dell’articolo 3, paragrafi 1 e 2, del regolamento (CE) n. 810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 luglio 2009, che istituisce un codice comunitario dei visti (codice dei visti) ( 2 ), che sono titolari di un visto valido rilasciato da uno Stato membro, dal Canada, dal Giappone o dagli Stati Uniti d’America, o di un titolo di soggiorno valido rilasciato da uno Stato membro, da Andorra, dal Canada, dal Giappone,

da San Marino o dagli Stati Uniti d’America, sono esentati dall’obbligo del visto di transito aeroportuale. È opportuno chiarire che tale esenzione si applica anche ai titolari di visti o di titoli di soggiorno validi rilasciati dagli Stati membri che non hanno partecipato all’adozione del regolamento (CE) n. 810/2009 e dagli Stati membri che non applicano ancora pienamente le disposizioni dell’acquis

di Schengen.

(3) Per quanto riguarda i cittadini di paesi terzi titolari di un visto valido, l’esenzione dovrebbe applicarsi quando essi si recano nel paese di rilascio o in un altro paese terzo e quando ritornano dal paese di rilascio dopo avere utilizzato

il visto.

(4) Poiché l’obiettivo del presente regolamento, vale a dire chiarire le norme sul transito dalle zone internazionali degli aeroporti, non può essere conseguito in misura sufficiente dagli Stati membri e può dunque essere conseguito

meglio a livello di Unione, quest’ultima può intervenire

in base al principio di sussidiarietà sancito

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:058:0003:0004:IT:PDF

(A cura di Ines Caloisi, componente della Direzione nazionale dell'AICCRE)

Coraggio, Italia

Stiamo vivendo un periodo di grandi cambiamenti, attraversato da una crisi economica e politica che, se non adeguatamente e razionalmente gestita, rischia di produrre una grave crisi sociale dalle conseguenze imprevedibili in tutti i Paesi dell’Unione europea. Gli sforzi del Governo Monti vanno sostenuti, ma essi rischiano di essere vanificati dall’assenza di un solida ed omogenea politica  europea”. Così l'AICCRE in occasione del Vertice europeo, che si sta svolgendo a Bruxelles.  “L’Italia, così come nessun Paese membro dell’Unione europea,  non può pensare di uscire da sola dalla crisi e deve impegnarsi a percorrere insieme a tutti gli altri la strada di una strategia complessiva di sviluppo. L’incapacità finora dimostrata di costruire a livello europeo meccanismi efficaci di risposta alla crisi rischiano seriamente di gettare ombre e sfiducia sull’intero processo di costruzione europea. E' urgente attivare un Piano europeo per lo sviluppo sostenibile nel quadro di un governo economico europeo dotato di poteri e di risorse adeguate”.

Leggi tutto “Coraggio, Italia”

Abolizione province: la falsa riforma, di Giuseppe Valerio

Siamo alle solite. Si scambia per riforma qualcosa che attiene solo ai risparmi. E’ proprio così? Vediamo. Chi scrive è convinto da tempo che l’assetto istituzionale, previsto dalla Costituzione della Repubblica, anche a seguito del riformato Titolo V, non va bene. Le province, così come sono e funzionano,  non vanno bene.Daltronde lo riconosce la stessa UPI, l’Unione delle province italiane, nel momento che lo scorso 7 febbraio ha presentato un suo progetto di riforma col quale chiede siano attuate le città metropolitane, in attesa da ormai molti anni, siano diminuite del 50% le attuali province, siano soppressi tutti gli enti, agenzie ed organismi vari di emanazione provinciale, in uno con la soppressione o accorpamento delle sedi di rappresentanza governativa o ministeriale – dalle prefetture, alle questure agli organismi vari di emanazione centrale.
Il tutto, sostiene l’UPI, con un risparmio di circa 5 miliardi di euro all’anno.
Insomma una riforma taglia costi.
Per noi non può essere così, cioè  ridursi al presunto taglio delle spese. La politica e la rappresentanza democratica del popolo sovrano non può essere a costo zero.
Invece nei piani alti del Governo nazionale si è pensato prima – a fine 2011 – di limitare i consigli provinciale a 10 componenti – si sa che la sbandierata soppressione delle province ha bisogno di una legge costituzionale – adesso si pensa a rimodulare il numero dei consiglieri a seconda la consistenza demografica delle province passando da un minimo di dieci ad un massimo di sedici consiglieri a seconda se la popolazione è sotto i 300 mila, tra 300 e 700 mila, oppure sopra l’ultima cifra.
 UN ASSURDO!
In definitiva i consigli provinciali non più rappresentanti del popolo ma espressione e nominati dai consiglieri comunali di quella provincia e senza percepire alcuna indennità, a titolo onorifico, come nel ventennio dello scorso secolo.
Siamo alla demagogia populista o in presenza di un disegno che partendo dalla ossessiva campagna contro la “casta” – poi si scopre che la vera casta non sono i politici ma altri, alti funzionari e burocrati ministeriali – mira a limitare la partecipazione anche di chi ha pochi mezzi alla politica e alla rappresentanza del popolo.
Ma questa è una proposta del governo “tecnico” e questo governo è al di sopra delle critiche perché non si può parlar male dei…santi!
E’ la stessa demagogia dell’ultimo governo Berlusconi che prevedeva l’abolizione delle province ma contemporaneamente la creazione di un ente intermedio che le regioni avrebbero dovuto inventarsi.
Se le province, così come sono, strette nella funzione legislativa delle regioni, e nella potestà di esclusiva rappresentanza territoriale dei sindaci (purtroppo questa è la cornice istituzionale del riformato Titolo V, non servono, i partiti (ci pare siano la maggior parte o quanto meno sono gli attuali partiti che sostengono il Governo) badino a riformare la costituzione e le aboliscono, ma pensino prima a chi e come deve farsi carico delle funzioni e del personale proveniente dalle stesse.
Non ci prendiamo i giro né illudiamo o inganniamo i cittadini.
In Parlamento è in discussione, ormai da troppo tempo, il Codice delle Autonomie – a parere di chi scrive la legislatura finirà senza che lo stesso diventi legge! – in cui già si potrebbe delineare il nuovo ente intermedio, se lo si ritiene indispensabile. Altrimenti si vada rapidamente ad una riforma costituzionale – i numeri e i tempi per questo ci sono – e si cancelli la parola province.
I pannicelli caldi non hanno mai guarito dalla malattia. Sempre che il medico abbia saputo individuare il malanno!
Giuseppe Valerio, Segretario generale Aiccre puglia  e membro direzione nazionale Aiccre
 

Futuro prossimo

Il CCRE ha pubblicato il “Libro bianco per una cittadinanza europea”, nel quale si prospettano nuove opportunità per coinvolgere i cittadini nel prossimo programma europeo "Europa per i cittadini", che coprirà il periodo 2014-2020, con una dotazione di 229 milioni di euro. Il Libro bianco è il risultato di una riflessione dal CCRE che ha coinvolto ed attivato la  rete di amministratori locali e regionali, rappresentanti della società civile, attori del settore e rappresentanti delle istituzioni europee per far emergere i bisogni e le aspettative dei poteri locali e dei loro cittadini per trovare soluzioni pratiche alle sfide attuali e future.

Leggi tutto “Futuro prossimo”