Siamo alle solite. Si scambia per riforma qualcosa che attiene solo ai risparmi. E’ proprio così? Vediamo. Chi scrive è convinto da tempo che l’assetto istituzionale, previsto dalla Costituzione della Repubblica, anche a seguito del riformato Titolo V, non va bene. Le province, così come sono e funzionano, non vanno bene.Daltronde lo riconosce la stessa UPI, l’Unione delle province italiane, nel momento che lo scorso 7 febbraio ha presentato un suo progetto di riforma col quale chiede siano attuate le città metropolitane, in attesa da ormai molti anni, siano diminuite del 50% le attuali province, siano soppressi tutti gli enti, agenzie ed organismi vari di emanazione provinciale, in uno con la soppressione o accorpamento delle sedi di rappresentanza governativa o ministeriale – dalle prefetture, alle questure agli organismi vari di emanazione centrale.
Il tutto, sostiene l’UPI, con un risparmio di circa 5 miliardi di euro all’anno.
Insomma una riforma taglia costi.
Per noi non può essere così, cioè ridursi al presunto taglio delle spese. La politica e la rappresentanza democratica del popolo sovrano non può essere a costo zero.
Invece nei piani alti del Governo nazionale si è pensato prima – a fine 2011 – di limitare i consigli provinciale a 10 componenti – si sa che la sbandierata soppressione delle province ha bisogno di una legge costituzionale – adesso si pensa a rimodulare il numero dei consiglieri a seconda la consistenza demografica delle province passando da un minimo di dieci ad un massimo di sedici consiglieri a seconda se la popolazione è sotto i 300 mila, tra 300 e 700 mila, oppure sopra l’ultima cifra.
UN ASSURDO!
In definitiva i consigli provinciali non più rappresentanti del popolo ma espressione e nominati dai consiglieri comunali di quella provincia e senza percepire alcuna indennità, a titolo onorifico, come nel ventennio dello scorso secolo.
Siamo alla demagogia populista o in presenza di un disegno che partendo dalla ossessiva campagna contro la “casta” – poi si scopre che la vera casta non sono i politici ma altri, alti funzionari e burocrati ministeriali – mira a limitare la partecipazione anche di chi ha pochi mezzi alla politica e alla rappresentanza del popolo.
Ma questa è una proposta del governo “tecnico” e questo governo è al di sopra delle critiche perché non si può parlar male dei…santi!
E’ la stessa demagogia dell’ultimo governo Berlusconi che prevedeva l’abolizione delle province ma contemporaneamente la creazione di un ente intermedio che le regioni avrebbero dovuto inventarsi.
Se le province, così come sono, strette nella funzione legislativa delle regioni, e nella potestà di esclusiva rappresentanza territoriale dei sindaci (purtroppo questa è la cornice istituzionale del riformato Titolo V, non servono, i partiti (ci pare siano la maggior parte o quanto meno sono gli attuali partiti che sostengono il Governo) badino a riformare la costituzione e le aboliscono, ma pensino prima a chi e come deve farsi carico delle funzioni e del personale proveniente dalle stesse.
Non ci prendiamo i giro né illudiamo o inganniamo i cittadini.
In Parlamento è in discussione, ormai da troppo tempo, il Codice delle Autonomie – a parere di chi scrive la legislatura finirà senza che lo stesso diventi legge! – in cui già si potrebbe delineare il nuovo ente intermedio, se lo si ritiene indispensabile. Altrimenti si vada rapidamente ad una riforma costituzionale – i numeri e i tempi per questo ci sono – e si cancelli la parola province.
I pannicelli caldi non hanno mai guarito dalla malattia. Sempre che il medico abbia saputo individuare il malanno!
Giuseppe Valerio, Segretario generale Aiccre puglia e membro direzione nazionale Aiccre
Abolizione province: la falsa riforma, di Giuseppe Valerio
Siamo alle solite. Si scambia per riforma qualcosa che attiene solo ai risparmi. E’ proprio così? Vediamo. Chi scrive è convinto da tempo che l’assetto istituzionale, previsto dalla Costituzione della Repubblica, anche a seguito del riformato Titolo V, non va bene. Le province, così come sono e funzionano, non vanno bene.Daltronde lo riconosce la stessa UPI, l’Unione delle province italiane, nel momento che lo scorso 7 febbraio ha presentato un suo progetto di riforma col quale chiede siano attuate le città metropolitane, in attesa da ormai molti anni, siano diminuite del 50% le attuali province, siano soppressi tutti gli enti, agenzie ed organismi vari di emanazione provinciale, in uno con la soppressione o accorpamento delle sedi di rappresentanza governativa o ministeriale – dalle prefetture, alle questure agli organismi vari di emanazione centrale.
Il tutto, sostiene l’UPI, con un risparmio di circa 5 miliardi di euro all’anno.
Insomma una riforma taglia costi.
Per noi non può essere così, cioè ridursi al presunto taglio delle spese. La politica e la rappresentanza democratica del popolo sovrano non può essere a costo zero.
Invece nei piani alti del Governo nazionale si è pensato prima – a fine 2011 – di limitare i consigli provinciale a 10 componenti – si sa che la sbandierata soppressione delle province ha bisogno di una legge costituzionale – adesso si pensa a rimodulare il numero dei consiglieri a seconda la consistenza demografica delle province passando da un minimo di dieci ad un massimo di sedici consiglieri a seconda se la popolazione è sotto i 300 mila, tra 300 e 700 mila, oppure sopra l’ultima cifra.
UN ASSURDO!
In definitiva i consigli provinciali non più rappresentanti del popolo ma espressione e nominati dai consiglieri comunali di quella provincia e senza percepire alcuna indennità, a titolo onorifico, come nel ventennio dello scorso secolo.
Siamo alla demagogia populista o in presenza di un disegno che partendo dalla ossessiva campagna contro la “casta” – poi si scopre che la vera casta non sono i politici ma altri, alti funzionari e burocrati ministeriali – mira a limitare la partecipazione anche di chi ha pochi mezzi alla politica e alla rappresentanza del popolo.
Ma questa è una proposta del governo “tecnico” e questo governo è al di sopra delle critiche perché non si può parlar male dei…santi!
E’ la stessa demagogia dell’ultimo governo Berlusconi che prevedeva l’abolizione delle province ma contemporaneamente la creazione di un ente intermedio che le regioni avrebbero dovuto inventarsi.
Se le province, così come sono, strette nella funzione legislativa delle regioni, e nella potestà di esclusiva rappresentanza territoriale dei sindaci (purtroppo questa è la cornice istituzionale del riformato Titolo V, non servono, i partiti (ci pare siano la maggior parte o quanto meno sono gli attuali partiti che sostengono il Governo) badino a riformare la costituzione e le aboliscono, ma pensino prima a chi e come deve farsi carico delle funzioni e del personale proveniente dalle stesse.
Non ci prendiamo i giro né illudiamo o inganniamo i cittadini.
In Parlamento è in discussione, ormai da troppo tempo, il Codice delle Autonomie – a parere di chi scrive la legislatura finirà senza che lo stesso diventi legge! – in cui già si potrebbe delineare il nuovo ente intermedio, se lo si ritiene indispensabile. Altrimenti si vada rapidamente ad una riforma costituzionale – i numeri e i tempi per questo ci sono – e si cancelli la parola province.
I pannicelli caldi non hanno mai guarito dalla malattia. Sempre che il medico abbia saputo individuare il malanno!
Giuseppe Valerio, Segretario generale Aiccre puglia e membro direzione nazionale Aiccre